lunedì 5 novembre 2012

Quando Marx uccise l'Ernesto Che Guevara

L'Ernesto era una corrente di Rifondazione Comunista, nata da una scissione di un'altra corrente (Essere Comunisti) perchè a loro stava davvero a cuore l'unità dei comunisti. Al congresso del 2008 il loro terzo documento (100 circoli) raccolse il 7%. Nel 2011 la corrente che voleva unire i comunisti fa l'ennesima scissione e aderisce al PdCI, il partito nato nel 1998 da una scissione di Rifondazione Comunista per sostenere il Governo Prodi . Il tutto con la parola d'ordine: l'unità dei comunisti. Il nome della Rivista si trasforma da "L'Ernesto" a "MarXXI". La nuova linea di quel che fu l'Ernesto è di andare al governo con l'asse PSE-PPE nostrano, ossia l'alleanza Vendola-Bersani-Casini che ha nella carta degli intenti la sua prospettiva.
Non a caso oggi il direttore online di MarXXI definisce tutti i comunisti d'europa che si oppongono al neoliberismo targato PSE e PPE "rivoluzionari a tutto tondo" e "massimalisti al cubo". Motivazione? Non vogliono andare al governo con Bersani e Renzi. Ma forse l'Ernesto è passato dal sostenere il KKE a chiedere di entrare nelle liste del Pasok? Un dubbio, più che un dubbio, sorge.

Dopo aver pubblicato la federazione della-sinistra è morta e Vendola chiede la mano di Casini, oggi pubblico una sintesi delle posizioni dell'Ernesto del 2008 (1). Perchè il trasformismo è sempre dietro l'angolo.


VII° CONGRESSO del PRC
Per rilanciare la sinistra l'opposizione e il conflitto sociale


Una sconfitta storica
La cancellazione della sinistra dal Parlamento avviene in un contesto molto grave e pericoloso, segnato da crescenti pulsioni autoritarie. Il governo del Paese torna alla destra, a una destra che vince con un margine ampio, che le consente stabilità e arroganza, in un contesto nel quale il senso comune di massa – dopo 2 anni di governo Prodi - si è spostato ancor più in senso moderato. Avanzano incontrastate spinte all’individualismo e alla guerra tra poveri, pulsioni antidemocratiche e autoritarie, sfiducia diffusa nella politica e nell’agire collettivo, il ritorno di sottoculture razziste e omofobe, persino rigurgiti neofascisti e neonazisti, oltre che un anticomunismo dilagante, talvolta legittimato anche da esponenti della stessa sinistra. Contemporaneamente, l’opposizione parlamentare alla destra è oggi costituita dal solo Partito Democratico, espressione della grande borghesia italiana, in un quadro bipartitico quasi del tutto compiuto che non dà più rappresentanza ai ceti sociali più deboli. Il movimento dei lavoratori e tutti gli altri movimenti che nel decennio passato avevano fatto sentire la loro presenza, sono in grande difficoltà.

Tutto questo è anche il risultato finale della politica di due anni del governo Prodi, del conseguente crollo di fiducia dell’elettorato popolare e di sinistra. A ciò ha contribuito, obiettivamente, la scelta, assunta tre anni fa, della linea di alleanza organica col centro- sinistra (prima la Gad e poi l’Unione) e di partecipazione al governo Prodi, senza aver conquistato significativi punti programmatici e men che meno una impostazione generale alternativa al neoliberismo e alla guerra e soprattutto senza che vi fossero nella società rapporti di forza tali da determinare un’inversione di rotta.
La realtà dei fatti ha dunque smentito l’ipotesi della “condizionabilità” del governo di centrosinistra. Il nostro gruppo dirigente non ha saputo prevedere gli esiti che la partecipazione al governo avrebbe potuto avere e non è stato neppure conseguente ad alcune indicazioni proclamate, quali: il governo come mezzo e non come fine, l’impegno a sostenere i movimenti, la critica alla doppiezza della politica, ecc. In soli tre anni siamo ridotti in una condizione ben peggiore di quella paventata allora per giustificare l’ingresso nel governo: oggi siamo isolati socialmente, fuori dal Parlamento, in una condizione in cui è a rischio la nostra stessa sopravvivenza, colpiti da un calo vertiginoso del nostro consenso e frantumati in una guerra intestina che talvolta sembra procedere lungo le coordinate di scontri personali e di gruppi dirigenti, piuttosto che di chiare discriminanti politiche.

Il governo Prodi, causa principale della sconfitta
La politica del governo Prodi ha fatto crollare molto presto, ben prima del previsto, le aspettative di maggiore giustizia sociale o anche solo di un moderato miglioramento delle condizioni di vita che il nostro elettorato nutriva. Il governo, sin dall’inizio, non è stato permeabile ai movimenti, ma solo ai banchieri della Ue, alla Nato, agli Usa e al Vaticano, più aggressivi che mai.
Le iniziative del governo sono state caratterizzate da un approccio liberista, talvolta persino più disinvolto di quello del centro-destra; da un’evidente attacco alle condizioni di vita dei lavoratori/trici e dei settori popolari, in altre parole dalla professione di fede nella centralità del mercato e dell’impresa. Il ministro Padoa Schioppa è stato il rappresentante dei banchieri e del FMI, il simbolo del liberismo e dei “sacrifici” a senso unico, ancora e solo a danno dei lavoratori/trici e delle classi popolari, mentre crescevano vertiginosamente i profitti e le rendite finanziarie. Ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri.
I lavoratori, le lavoratrici, i pensionati, i precari, i disoccupati, si sono sentiti traditi e abbandonati dal governo, ma anche da noi che siamo stati percepiti come corresponsabili. Anziché aumentare i salari e le pensioni e ridurre la povertà e l’insicurezza sociale, il governo Prodi ha favorito le grandi imprese. Ha eliminato il cuneo fiscale, regalando miliardi di euro alle aziende, alle banche e alle assicurazioni; ha prodotto un accordo concertativo su pensioni e welfare, confermando la legge 30 invece di abrogarla e aumentando ulteriormente l’età pensionabile senza abolire completamente lo scalone Maroni, come era stato promesso in campagna elettorale.
La politica del governo Prodi ha alimentato, anziché ridurre, la “guerra fra poveri”, il senso di insicurezza, la delusione verso una coalizione che si era presentata come alternativa.
Il governo Prodi ha deluso il movimento per la pace, tradendo persino lo spirito dell’articolo 11 della Costituzione
. Ha aumentato vertiginosamente le spese militari (del 25% in due anni), ha proseguito la missione di guerra in Afghanistan, ha contribuito all’acuirsi della crisi del Kosovo, ha acconsentito all’installazione dello scudo stellare di Bush, alla base americana di Vicenza, non ascoltando la voce della popolazione locale e delle straordinarie manifestazioni del 17 febbraio e del 15 dicembre 2007. La politica estera di Prodi è stata sostanzialmente subalterna alla Nato e alle compatibilità euro-atlantiche.

La centralità della questione sociale e dei/delle lavoratori/trici
Il rilancio della rifondazione/ricostruzione unitaria di una forza comunista passa oggi dalla centralità della questione sociale, dalla difesa coerente e dal rilancio del movimento dei lavoratori/trici nel suo complesso (lavoratori/trici garantiti, precari, immigrati, disoccupati,
piccoli artigiani). Centralità della questione salariale (una nuova scala mobile), lotta contro la disoccupazione e la precarietà, difesa del contratto nazionale, lotta contro il crescente sfruttamento dei lavoratori/trici e contro le morti bianche, unità fra lavoratori/trici del nord e del sud, italiani e immigrati, difesa e rilancio della previdenza, sanità e scuola pubbliche, lotta contro le privatizzazioni e rilancio dell’intervento pubblico in economia, a partire dalla ripubblicizzazione delle grandi aziende di interesse pubblico regalate dai governi di centrodestra e di centrosinistra a grandi gruppi privati: sono questi i
contenuti principali da porre al centro dell’attenzione e delle lotte.
Un forte partito comunista e una sinistra anticapitalista ampia non si costruiscono nei convegni ma sulla base di una piattaforma politica e nel vivo di un conflitto sociale che tornerà a esplodere. Sono due strumenti per realizzare una politica, non due fini. La borghesia italiana oggi gioca la carta del bipartitismo Pdl-Pd proprio per affrontare l’impatto della crisi capitalistica internazionale cercando di contenere lo scontro sociale.

La guerra e l’imperialismo
L’altro grande tema su cui rilanciare l’iniziativa del partito, della sinistra alternativa e dei movimenti è quello della lotta contro la guerra. Le nuove minacce che gravano a livello internazionale fanno della questione della pace uno dei terreni prioritari di intervento e di mobilitazione di massa. Il principale ostacolo al movimento per la liberazione dei popoli e alla lotta mondiale per il socialismo deriva oggi dal predominio economico, politico e militare delle grandi potenze imperialiste, in primo luogo gli Usa. Indebolire questo predominio e la politica di guerra su cui si regge è la condizione primaria (certo non l’unica) per consentire alle lotte dei popoli e all’umanità intera di aprirsi la via verso la pace e trasformazioni di tipo socialista. Da qui deriva non solo il valore in sé del movimento contro la guerra, contro il riarmo, contro la Nato, contro la presenza di armi nucleari e basi militari straniere sul territorio nazionale, ma anche la sua connessione con la questione sociale e con la lotta per il socialismo e il comunismo.

Alcuni dei firmatari di questo documento oggi sono in maggioranza nel PRC (1° documento), altri in minoranza (2° e 3° documento), altri hanno cambiato partito. Tutto questo sotto l'insegna dello slogan: "l'unità dei comunisti".



Andrea 'Perno' Salutari

1 commento:

  1. quando si dice: "uniti si vince"...
    (max moro)

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