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sabato 30 aprile 2016

Il mio Maggio di Majakovskij

A tutti,
a quanti, spossati dalle macchine,
si sono riversati per le strade,
a tutti,
alle schiene sfinite dalla terra
e che invocano una festa,
il primo maggio!
Al primo fra tutti i maggi
andiamo incontro,compagni,
con la voce affratellata nel canto.
E’ mio il mondo con le sue primavere.
Sciogliti in sole, neve!
Io sono operaio,
è mio questo maggio!
Io sono contadino,
questo maggio è mio!

A tutti
A quelli che, scatenata l’ira delle trincee,
si sono appostati in agguati omicidi,
a tutti,
a quelli che dalle corazzate
sui fratelli
hanno puntato le torri coi cannoni,
il primo maggio!
Al primo fra tutti i maggi
andiamo incontro,
allacciando le mani disgiunte dalla guerra.
Taci, ululato del fucile!
Chètati, abbaiare della mitragliatrice!
Sono marinaio,
è mio questo maggio!
Sono soldato,
questo maggio è mio!

A tutte
le case,
le piazze
le strade,
strette dall’inverno di ghiaccio,
a tutte
le fameliche
steppe,
alle foreste,
alle messi,
il primo maggio!
Salutate
il primo fra tutti i maggi
con una piena
di fertilità, di primavere,
di uomini!
Verde dei campi, canta!
Urlo delle sirene, innalzati!
Sono il ferro,
è mio questo maggio!
Sono la terra,
questo maggio è mio!

di Vladimir Majakovskij, 1922

venerdì 22 aprile 2016

Per i morti della Resistenza

Qui vivono per sempre
gli occhi
che furono chiusi
alla luce
perché tutti
li avessero aperti
per sempre
alla luce.

G. Ungaretti - Per i morti della resistenza

giovedì 10 dicembre 2015

Condannato a morte per le sue poesie

Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza. (Articolo 1, Dichiarazione Universale per i Diritti Umani)

Il 10 dicembre, in tutto il mondo, si celebra la giornata mondiale dei diritti umani.
A presiedere nel 2016 il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite dovrebbe essere Faisal bin Hassan Trad. L'Arabia Saudita, con più di 100 esecuzioni l'anno, evidenzierà, per l'ennesima volta, la farsa del manicomio globalizzato in cui viviamo. Oggi, in questa giornata, vorrei parlare di Ashraf Fayad, il poeta palestinese, nato da una famiglia originaria della Striscia di Gaza, condannato a morte in Arabia Saudita a causa dei suoi versi, accusato di apostasia.

Ogni individuo ha il diritto alla libertà di pensiero, coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare religione o credo, e la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell’insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell’osservanza dei riti (Articolo 18, Dichiarazione Universale per i diritti umani)

Migliaia di poeti e scrittori si stanno mobilitando per chiedere al regime di Riad di risparmiare la vita al poeta Ashraf Fayadh. Pubblico qui sotto la petizione in italiano e il link dove poterla sottoscrivere

Noi, poeti e scrittori da tutto il mondo, siamo inorriditi dalla sentenza emessa contro il poeta palestinese Ashraf Fayadh, condannato a morte per apostasia dall’Arabia Saudita. Non è un crimine avere un’idea, per quanto impopolare, né è un crimine esprimere pacificamente la propria opinione. Ogni individuo ha la libertà di credere o non credere. La libertà di coscienza è un diritto umano essenziale La pena di morte contro Fayadh è l’ultimo esempio della mancanza di tolleranza nel Regno dell’Arabia Saudita, dell’assenza di libertà di espressione e della persecuzione dei liberi pensatori. Noi, poeti e scrittori compagni di Fayadh, esortiamo le autorità saudite a desistere dal punire individui che esercitano pacificamente il loro diritto alla libertà di espressione e chiediamo il suo immediato e incondizionato rilascio.

Per firmare clicca qui: In support of Asharaf Fayadh

Una poesia di Ashraf Fayadh 

I baffi di Frida Kahlo

Ignorerò l’odore del fango, il rimprovero della pioggia
e il tormento che da lungo tempo dimora nel mio petto.
Cercherò un giusto conforto per la mia situazione che non mi permette di descrivere le tue labbra come desidero,
non mi permette di far cadere gocce di rugiada sui tuoi petali rossastri,
né placa l’enorme smania che mi tormenta quando comprendo che non sei al mio fianco, ora,
e che non ci sarai neppure quando dovrò spiegare la mia condizione al silenzio…quel silenzio con cui la notte, sempre, mi punisce!
Dimostrami che la terra è silenziosa così come appare da lontano, e che tutto ciò che è accaduto tra noi non era altro che uno sgradevole imprevisto; no, non è possibile sia questa la conclusione!
**
Cosa pensi dei miei giorni che ho assassinato senza di te?
Delle mie parole che sono svanite in fretta,
della mia misera condizione,
delle sofferenze oramai sedimentate nel mio petto come alghe secche?
Ho dimenticato di dirti che mi sono abituato alla tua reale assenza,
che i desideri hanno smarrito la strada che li portava a te,
e che anche i ricordi han cominciato a svanire!
Io continuo ad inseguire la luce ma non è desiderio di vedere…le tenebre rimangono spaventose
anche se ad esse ci si abitua!
**
Ti bastano le mie scuse?
Le scuse per tutto ciò che accadeva mentre tentavo di giustificarmi
quando la gelosia si agitava in qualche angolo del mio petto,
quando la delusione distruggeva un nuovo giorno della mia triste vita,
quando ti ripetevo che la giustizia avrebbe continuato a soffrire per i dolori del ciclo mestruale,
e che l’amore è come un uomo impotente che sopravvive nell’autunno della vita…
**
Sarò costretto ad ingannare i ricordi
e mentirò dicendo che il mio sonno è tranquillo.
Distruggerò tutto ciò che resta delle domande…
quelle domande che han preso a cercare alibi per ottenere risposte convincenti,
dopo che tutta l’abituale punteggiatura è stata fatta crollare
per motivi strettamente personali!
**
Chiedi allo specchio di spiegarti quanto sei bella!
Spargi come polvere le mie parole ammassate,
respira profondamente, e ricorda quanto ti ho amata…
Come è possibile che ora la nostra storia sia diventata un semplice contatto elettrico
che stava per incendiare solo un enorme magazzino vuoto
! (1)

Andrea 'Perno' Salutari

domenica 19 aprile 2015

Il diritto di sognare di Galeano

Anche se non possiamo indovinare il tempo che sarà,
abbiamo almeno il diritto di immaginare
ciò che vorremmo che fosse.

Le Nazioni Unite hanno proclamato
estese liste di diritti umani,
ma la maggior parte dell’umanità
non ha altro che il diritto
di vedere, ascoltare e stare zitta.

Che sarà se cominciassimo ad esercitare il mai proclamato
diritto di sognare?
Che sarà se iniziassimo a delirare per un po’?,
alla fine dell’anno,
andiamo a posare gli occhi al di là dell’infamia
per immaginare un altro mondo possibile.

“L’aria sarà ripulita da ogni veleno che non venga
dalle paure umane e dalle umane passioni.
La gente non sarà guidata dall’automobile,
non sarà programmata dal computer,
non sarà comprata dal supermercato,
né sarà guardata dalla televisione.

Il televisore non sarà più
il membro più importante della famiglia.
La gente lavorerà per vivere,
invece di vivere per lavorare.
Entrerà a far parte del codice penale
il delitto di stupidità,
che commette chi
vive per avere o per guadagnare,
invece che vivere
per vivere e niente più.

Come canta il passero,
senza sapere cosa canta,
e come gioca il neonato,
senza sapere a cosa gioca.

In nessun paese saranno arrestati i ragazzi
che rifiutano di fare il servizio militare,
ma quelli che vorranno farlo.
Gli economisti non chiameranno livello di vita
il livello di consumo;
non chiameranno qualità della vita
la quantità delle cose.

I cuochi non crederanno
che le aragoste adorano essere bollite vive.

Gli storici non crederanno
che ai paesi piace essere invasi.

Il mondo non farà più la guerra ai poveri,
ma alla povertà.
E l’industria militare non avrà altro rimedio
che dichiarare fallimento.

Il cibo non sarà una merce,
né la comunicazione un commercio.
Perché il cibo e la comunicazione
sono diritti umani.

Nessuno morirà di fame,
perché nessuno morirà di indigestione.

I bambini di strada non saranno trattati
come se fossero immondizia,
perché non ci saranno bambini di strada.
I bambini ricchi non saranno trattati
come se fossero danaro,
perché non ci saranno bambini ricchi.

L’educazione non sarà un privilegio
di chi può pagarla,
e la polizia non sarà la maledizione
di chi non può comprarla.

La giustizia e la libertà,
gemelle siamesi,
condannate a vivere separate,
torneranno ad unirsi,
torneranno ad unirsi vicine vicine,
spalla a spalla.

In Argentina, le pazze di piazza di maggio
saranno un esempio di salute mentale,
perché si sono rifiutate di dimenticare
in tempi di amnesia obbligatoria.

La perfezione,
la perfezione continuerà ad essere
un noioso privilegio degli dei.

Ma in questo mondo,
in questo mondo inetto e molesto,
ogni notte sarà vissuta
come se fosse l’ultima,
e ogni giorno come se fosse il primo.”

Eduardo Galeano




martedì 14 aprile 2015

Galeano: Unirci per difendere i nostri diritti

Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi.
Cammino per dieci passi e l’orizzonte si sposta dieci passi più in là. Per quanto io cammini, non la raggiungerò mai. A cosa serve l’utopia? Serve proprio a questo: a camminare
(E. Galeano)

La nostra regione è il regno dei paradossi.
Il Brasile, prendiamo a caso: paradossalmente, l'Aleijadinho, l'uomo più brutto del Brasile, ha creato le più alte bellezze dell'arte nell'epoca coloniale; paradossalmente Garrincha, rovinato nell'infanzia da miseria e poliomelite, nato per la disgrazia, è stato il giocatore che maggiore allegria ha offerto in tutta la storia del calcio; e paradossalmente ha compiuto cento anni Oscar Niemeyer, il più nuovo degli architetti e il più giovane dei brasiliani.

O mettiamo a caso, la Bolivia: nel 1978 cinque donne misero in scacco una dittatura militare. Paradossalmente tutta la Bolivia si burlò di loro, quando iniziarono il loro sciopero della fame. Paradossalmente tutta la Bolivia finì con digiunare con loro, fino alla caduta della dittatura. Avevo conosciuto una di queste cinque sfidanti, Domitila Barrios, nel villaggio minerario di Llallagua. In un'assemblea di operai delle miniere, tutti uomini, lei si era alzata e aveva fatto tacere tutti. "Voglio dirvi questo" aveva detto "il nostro nemico principale non è l'imperialismo, né la borghesia, né la burocrazia. Il nostro nemico principale è la paura e l'abbiamo dentro".
E anni dopo ho reincontrato Domitila a Stoccolma. L'avevano cacciata dalla Bolivia e lei se n'era andata in esilio, con i suoi sette figli. Domitila sentiva molta gratutudine per la solidarietà degli svedesi e li ammirava per la libertà, anche se sentiva pena per loro, per la solitudine che avevano, mangiavano soli, parlavano soli. E dava loro consigli: "Non siate tonti" diceva loro "unitevi. noi, lì in Bolivia, ci siamo riuniti. Anche sia solo per litigare, noi ci riuniamo". E quanto aveva ragione. Perché, dico io, esistono i denti se non si riuniscono nella bocca? esistono le dita se non si riuniscono nella mano?

Unirci: e non solo per difendere il prezzo dei nostri prodotti, ma anche, e soprattutto, per difendere i valori dei nostri diritti
. Bene, sono uniti, anche se ogni tanto simulano discussioni e dispute, i pochi Paesi ricchi che esercitano l'arroganza su tutti gli altri. La loro ricchezza come povertà, la loro arroganza come paura. Poco tempo fa, mettiamo come esempio, l'Europa ha approvato la legge che trasforma gli immigranti in criminali.
Paradosso dei paradossi: l'Europa, che ha invaso il mondo per secoli, adesso chiude la porta in faccia agli invasi, quando le restituiscono la visita. E questa legge l'hanno promulgata con un'impressionante impunità, che risulterebbe inspiegabile se non fossimo abituati ad essere mangiati e a vivere con paura.
Paura di vivere, paura di dire, paura di essere.


Questa regione nostra forma parte di un'America Latina organizzata per il divorzio delle sue parti, per l'odio mutuo e la mutua ignoranza. Ma solo stando insieme saremo capaci di scoprire cosa possiamo essere, contro una tradizione che ci ha ammaestrato alla paura e alla rassegnazione e alla solitudine e che ogni giorni ci insegna a non amarci, a sputarci nello specchio, a copiare invece di creare. Durante la prima metà del secolo XIX un venezuelano chiamato Simón Rodríguez ha percorso i sentieri della nostra America sul dorso di una mula, sfidando i nuovi padroni del potere:
"Voi" diceva don Simón "voi, che tanto imitate gli europei, perché non li imitate nella cosa più importante, che è l'originalità?"
Paradossalmente non era ascoltato da nessuno, quest'uomo che tanto meritava essere ascoltato. Paradossalmente lo chiamavano pazzo, perché aveva il coraggio di credere che dobbiamo pensare con la nostra testa, perché aveva il coraggio di proporre un'istruzione per tutti e un'America di tutti, e diceva che chi non sa è ingannato da chiunque, chi non ha è comprato da chiunque, e perché aveva il coraggio di dubitare dell'indipendenza dei nostri Paesi appena nati: "Non siamo padroni di noi stessi" diceva "siamo indipendenti, ma non siamo liberi". Quindici anni dopo la morte del pazzo Rodriguez, il Paraguay è stato sterminato.
L'unico Paese ispanoamericano davvero libero fu paradossalmente assassinato nel nome della libertà. Il Paraguay non era prigioniero nella gabbia del debito esterno, perché non doveva un centesimo a nessuno, e non praticava la bugiarda libertà del commercio, che ci imponeva, e ci impone, un'economia di importazione e una cultura di impostazione.
Paradossalmente dopo cinque anni di una guerra feroce, tra tanta morte sopravvisse l'origine. Secondo la più antica delle sue tradizioni, i paraguayani erano nati dalla lingua che dà loro il nome e tra le rovine fumanti sopravvisse la lingua sacra, la lingua originaria, la lingua guaranì. E in guaranì, ñe’é, significa parola e anche anima. Chi mente nella parola tradisce l'anima. Se ti dò la mia parola mi dò.

Un secolo dopo la guerra del Paraguay, un presidente del Cile dette la sua parola e si dette.
Gli aerei sputavano bombe sul palazzo del governo, mitragliato anche dalle truppe di terra. Lui aveva detto: "Da qui non esco vivo" Nella storia latinoamericana è una frase frequente. L'hanno pronunciata vari presidenti che poi sono usciti vivi per continuare a pronunciarla. Però quella parola non mentì. Salvador Allende non mentì.
Paradossalmente una delle principali avenidas di Santiago del Cile si chiama ancora Undici Settembre. E non si chiama così per le vittime delle Torri Gemelle di New York. No. si ciama così in omaggio ai carnefici della democrazia in Cile. Con tutto il rispetto per quel Paese che amo, mi permetto di chiedere, per puro buon senso, non sarebbe l'ora di cambiargli il nome? Non sarebbe ora di chiamarla Avenida Salvador Allende, in omaggio alla dignità della democrazia e alla dignità della parola?
E  saltando all'altro lato della Cordigliera, perché sarà che il Che Guevara, l'argentino più famoso di tutti i tempi, il più universale dei latinoamericani, ha l'abitudine di continuare a nascere? Paradossalmente, quanto più lo manipolano, quanto più lo tradiscono, più nasce. E' nato più volte di tutti.
E mi chiedo: non sarà perché diceva quello che pensava e faceva quello che diceva? Non sarà per questo che continua ad essere così straordinario in questo mondo in cui la parola e i fatti si incontrano pochissime volte e quando si incontrano non si salutano perché non si riconoscono? Le mappe dell'anima non hanno frontiere e io sono patriota di varie patrie. Ma voglio concludere questo viaggio nelle terre della regione, evocando un uomo nato, come me, qui vicino.

Paradossalmente è morto un secolo e mezzo fa, ma continua ad essere il mio compatriota più pericoloso. Così pericoloso che la dittatura militare dell'Uruguay non ha potuto incontrare una sola frase sua che non fosse sovversiva e ha dovuto decorare con date e nomi di battaglie il mausoleo che ha eretto per offendere la sua memoria. A lui, che rifiutò di accettare che la nostra Patria Grande fosse rotta in mille pezzi: a lui che si negò ad accettare che l'indipendenza dell'America fosse un'imboscata contro i suoi figli più poveri; a lui, che è il vero primo cittadino illustre della regione, dedico questa distinzione, che ricevo in suo nome.
E termino con le parole che gli ho scritto tempo fa:
1820, Paso del Boquerón. Senza girare la testa, Lei affonda nell'esilio. Lo vedo, lo sto vedendo, scivola il Paraná con pigrizia di lucertola e lì si allontana fiammeggiando il suo poncho consumato, al trotto, e si perde nella vegetazione. Non dice addio alla sua terra. Lei non ci crederebbe. O forse Lei non sa, ancora, che se ne va per sempre.
Si ingrigisce il paesaggio. Lei se ne va, vinto, e la sua terra rimane senza respiro. Le restituiranno la respirazione i figli che le nasceranno e gli amanti che arriveranno? Chi da questa terra sgorgherà, chi a lei arriverà, sarà degno di una tristezza così profonda?
La sua terra. La nostra terra del Sud. Lei le sarà molto necessario, don José. Ogni volta che gli invidiosi le faranno danno o la umilieranno, ogni volta che gli stupidi la crederanno muta e sterile, avrà bisogno di Lei. Perché Lei, don José Artigas, generale dei semplici, è la miglior parola che questa terra abbia detto.
(1)

sabato 11 aprile 2015

A chi esita di B. Brecht

A chi esita
Dici:
per noi va male. Il buio cresce. Le forze scemano.
Dopo che si è lavorato tanti anni
noi siamo ora in una condizione
più difficile di quando
si era appena cominciato.
E il nemico ci sta innanzi
più potente che mai.

Sembra gli siano cresciute le forze.
Ha preso un'apparenza invincibile.
E noi abbiamo commesso degli errori,
non si può più mentire.
Siamo sempre di meno.
Le nostre parole d'ordine sono confuse.
Una parte delle nostre parole
le ha travolte il nemico fino a renderle
irriconoscibili.
Che cosa è errato ora, falso, di quel che abbiamo detto?
Qualcosa o tutto? Su chi contiamo ancora?
Siamo dei sopravvissuti, respinti via dalla corrente?
Resteremo indietro,
senza comprendere più nessuno e da nessuno compresi?

O contare sulla buona sorte?
Questo tu chiedi.
Non aspettarti nessuna risposta
oltre la tua.

Bertolt Brecht

martedì 4 novembre 2014

La morte del poeta è la sua vita

La notte stendeva le sue ali sulla città, e la neve la copriva con il suo manto, mentre il freddo spingeva gli uomini a lasciare piazze e mercati per rifugiarsi nelle loro dimore. Il vento si levava sospirando tra le case, come colui che piange un defunto, in piedi tra le tombe.
Alla periferia di quella città c'era una vecchia casa dai muri cadenti, sul punto di crollare sotto il peso della neve. In un angolo di quella casa, su un letto sconnesso, giaceva un uomo in fin di vita, che guardava la fioca luce di una lampada combattere con il buoi. Era un giovane nel fiore degli anni, consapevole della sua imminente liberazione dai ceppi dell'esistenza. Attendeva così l'arrivo della Morte. Sui suoi pallidi lineamenti balenava la luce della speranza e sulle sue labbra si stampava un sorriso triste.
Era un poeta, venuto a rallegrare il cuore degli uomini con le sue incantevoli parole. Ora giaceva, stremato dalla fame, nella città dei vivi e dei ricchi. Uno spirito nobile, disceso per grazie degli dei ad allietare la vita stava per dire addio al nostro mondo prima che l'umanità potesse sorridere a questo spirito.
Stava rendendo l'ultimo respiro e non c'era nessuno al suo fianco all'infuori della lampada, compagna della solitudine, e di pezzi di carta che recavano le immagini del suo spirito gentile. Il giovane moribondo raccolse le sue ultime, languenti forze, levò le mani al cielo e batté le palpebre sfiorite, quasi la sua vista morente volesse spaccare il tetto sì da guardare le stelle al di là delle nuvole. E disse:
"Vieni ora, morte leale, poichè il mio spirito ti anela. Avvicinati e spezza i vincoli della materia, poichè ormai sono stanco di strascinarli. Vieni, dunque, dolce morte, e liberami dagli uomini, che mi considerano uno straniero tra loro perchè parlai la favella degli angeli nella lingua del genere umano. Affrettati, poichè gli uomini mi hanno respinto e mi hanno gettato negli anfratti dell'oblio, perchè non bramavo ricchezza come loro, nè approfittavo di chi era più debole di me. Viene a me, dolce morte, e prendimi, poichè i miei simili non hanno bisogno di me.
Stringimi al tuo petto, che è pieno d'amore; bacia le mie labbra, labbra che non provarono il bacio di una madre, nè sfiorarono la guancia di una sorella, nè assaporarono il bacio di un'innamorata. Affrettati ad abbracciarmi, morte, mia diletta
"
Allora, al capezzale di quel giovane moribondo si presentò l'immagine di una donna di soprannaturale bellezza. Era avvolta in una veste bianca come la neve, con in mano una corono di gigli colti nelle valli del cielo.
Si avvicinò a lui e lo abbraccio, chiudendo i suoi occhi affinchè potesse guardarla con gli occhi dello spirito. Gli baciò le labbra con un bacio d'amore, un bacio che lasciò su quelle labbra un sorriso di appagamento. E in quel momento la capanna si svuotò di ogni cosa, all'infuori della terra e dei pezzi di carta sparsi negli angoli bui.
Passarono gli anni, e quando la gente di quella città si svegliò finalmente dal torpore dell'ignoranza e della stoltezza mirò l'alba della conoscenza, eresse nel centro della città una grande statua al poeta e ogni anno, in un giorno stabilito, lo celebrò. Come sono stolti gli uomini!


 Khalil Gibran

lunedì 11 agosto 2014

La bambina di Hiroshima di Nazim Hikmet

Apritemi sono io…
busso alla porta di tutte le scale
ma nessuno mi vede
perché i bambini morti nessuno riesce a vederli.
Sono di Hiroshima e là sono morta
tanti anni fa. Tanti anni passeranno.
Ne avevo sette, allora:
anche adesso ne ho sette perché i bambini morti non
diventano grandi.
Avevo dei lucidi capelli, il fuoco li ha strinati,
avevo dei begli occhi limpidi, il fuoco li ha fatti di vetro.
Un pugno di cenere, quella sono io
poi il vento ha disperso anche la cenere.
Apritemi; vi prego non per me
perché a me non occorre né il pane né il riso:
non chiedo neanche lo zucchero, io:
a un bambino bruciato come una foglia secca non serve.
Per piacere mettete una firma,
per favore, uomini di tutta la terra
firmate, vi prego, perché il fuoco non bruci i bambini
e possano sempre mangiare lo zucchero.

domenica 1 giugno 2014

Il paradosso del nostro tempo di George Carlin

Il paradosso del nostro tempo nella storia è che
abbiamo edifici sempre più alti, ma moralità più basse,
autostrade sempre più larghe, ma orizzonti più ristretti.

Spendiamo di più, ma abbiamo meno,
comperiamo di più, ma godiamo meno.
Abbiamo case più grandi e famiglie più piccole,
più comodità, ma meno tempo.

Abbiamo più istruzione, ma meno buon senso,
più conoscenza, ma meno giudizio,
più esperti, e ancor più problemi,
più medicine, ma meno benessere.

Beviamo troppo, fumiamo troppo,
spendiamo senza ritegno, ridiamo troppo poco,
guidiamo troppo veloci, ci arrabbiamo troppo,
facciamo le ore piccole, ci alziamo stanchi,
vediamo troppa TV, e preghiamo di rado.

Abbiamo moltiplicato le nostre proprietà,
ma ridotto i nostri valori.
Parliamo troppo, amiamo troppo poco
e odiamo troppo spesso.
Abbiamo imparato come guadagnarci da vivere,
ma non come vivere.
Abbiamo aggiunto anni alla vita, ma non vita agli anni.
Siamo andati e tornati dalla Luna,
ma non riusciamo ad attraversare la strada
per incontrare un nuovo vicino di casa.

Abbiamo conquistato lo spazio esterno, ma non lo spazio interno.

Abbiamo creato cose più grandi, ma non migliori. Abbiamo pulito
l'aria, ma inquinato l'anima. Abbiamo dominato l'atomo, ma non i
pregiudizi.

Scriviamo di più, ma impariamo meno.
Pianifichiamo di più, ma realizziamo meno.
Abbiamo imparato a sbrigarci, ma non ad aspettare.
Costruiamo computers più grandi per contenere più informazioni, per
produrre
più copie che mai, ma comunichiamo sempre meno.

Questi sono i tempi del fast food e della digestione lenta,
grandi uomini e piccoli caratteri, ricchi profitti e povere
relazioni.

Questi sono i tempi di due redditi e più divorzi,
case più belle ma famiglie distrutte.
Questi sono i tempi dei viaggi veloci, dei pannolini usa e
getta, della moralità a perdere, delle relazioni di una notte, dei
corpi sovrappeso e delle pillole che possono farti fare di tutto,
dal rallegrarti al calmarti, all'ucciderti.

E' un tempo in cui ci sono tante cose in vetrina
e niente in magazzino.
Un tempo in cui la tecnologia può farti arrivare questa
lettera, e in cui puoi scegliere di condividere queste
considerazioni con altri, o di cancellarle.

Ricordati di spendere del tempo con i tuoi cari ora, perchè
non saranno con te per sempre.
Ricordati di dire una parola gentile a qualcuno
che ti guarda dal basso in soggezione,
perchè quella piccola persona presto crescerà
e lascerà il tuo fianco.

Ricordati di dare un caloroso abbraccio
alla persona che ti sta a fianco,
perchè è l'unico tesoro che puoi dare con il cuore
e non costa nulla.
Ricordati di dire "vi amo" ai tuoi cari, ma soprattutto
pensalo.

Un bacio e un abbraccio possono curare ferite
che vengono dal profondo dell'anima.

Ricordati di tenerle le mani e godi di questi momenti,
perchè un giorno quella persona non sarà più lì.

Dedica tempo all'amore, dedica tempo alla conversazione, e
dedica tempo per condividere i pensieri preziosi della tua mente.

E RICORDA SEMPRE:
la vita non si misura da quanti respiri facciamo,
ma dai momenti che ci tolgono il respiro.


George Carlin

martedì 27 maggio 2014

L'uomo con molti libri di Hesse

Era un uomo che fin dalla prima giovinezza si era ritirato in appartata solitudine, che il rimbombo della vita gli metteva paura, rifugiandosi tra i libri. Viveva in un casa di sua proprietà dalle stanze piene zeppe di libri e non aveva altra compagnia se non quella che essi gli procuravano. Poiché ardeva di passione per il Vero e il Bello, gli sembrava più che giusto vivere in stretto contatto con gli spiriti più nobili dell'umanità, piuttosto di esporsi al rischio di dover affrontare, nella vita là fuori, incontri casuali ed imprevisti. I suoi libri erano tutti del tempo antico, di saggi e poeti greci e romani, di cui amava la lingua e il cui mondo gli appariva così limpido e benfatto che, spesso, si capacitiva a stento del perché l'umanità aveva abbandonato questo nobile sentiero barattandolo con tutto quel caos. Questi antichi avevano già prodotto il meglio di tutti i campi della scienza e della poesia, qualcosina di più era sopraggiunta più tardi, Goethe ad esempio; ma se l'umanità nel frattempo aveva fatto dei progressi, ciò era accaduto in campi che non lo toccavano da vicino e che gli sembravano superflui e senza valore: nella costruzione di macchine ed armi, nella trasformazione della vita in morte e nel tramutare la natura in cifre o in denaro
Questo lettore conduceva una vita serena, tranquilla ed equilibrata. Passeggiava nel suo piccolo giardino declamando versi di Teocrito, raccoglieva le massime degli antichi, inoltrandosi felice nel mondo delle idee, soprattutto in quello di Platone. A volte avvertiva la povertà e l'angustia della sua vita, però, sapeva dagli antichi che la felicità non dipenda dalla molteplicità e che il saggio trova la salvezza nella fedeltà ai propri ideali e nel dominio di sé.
Una volta, questa vita serena subì un'interruzione dovuta al fatto che il lettore, durante un viaggio che aveva per meta la biblioteca dello stato confinante, trascorse una serata a teatro. Vi si rappresentava un dramma di Shakespeare, che egli, sì, conosceva fin da studente, ma solo per modo di dire, come le cose che si imparano a scuola. Sedeva nella grande sala in penombra, un po' oppresso e infastidito perché non amava la folla, ma ben presto si sentì attratto e trascinato dallo spirito di quest'opera poetica.
Vedeva bene che gli attori recitavano in maniera mediocre e non era affatto un amante del teatro, eppure, attraverso tutti questi ostacoli lo colpì un raggio, una forza, un fascino potente che non aveva mai conosciuto. Alla fine del dramma corse fuori stordito, proseguì il viaggio come stabilito e si portò a casa le opere complete del poeta inglese. Quindi non fece altro che leggere, sedeva come intontito e leggeva Lear, Otello, Romeo e tutti gli altri, e un turbine di passione, di demoniaco e vita fantastica penetrò in lui. I giorni trascorrevano nell'ebrezza, sentì con gioia che un nuovo mondo gli era stato dischiuso e per lungo tempo visse, in casa e in giardino, circondato dagli eroi di questo assurdo poeta che sembrava rivoltare da capo a piedi tutte e conclusioni cui erano arrivati i Greci, eppure egli era nel gusto e vinceva ogni resistenza.
Per la prima volta nel mondo del lettore si era aperta una breccia, da fuori irrompeva un'aria nuova nella sua classica tranquillità - o, forse, non si era ridestato qualcosa in lui, qualcosa che ora batteva con ali inquiete? Com'era strano tutto ciò! Com'era nuovo! Questo scrittore, anche lui morto da tempo, sembrava non aver alcun ideale, o, se ne aveva, erano del tutto diversi da quelli degli antichi; per questo Shakespeare l'umanità era, visibilmente, non già un tempio del pensiero, bensì un mare pieno di tempeste, dove si trascinavano uomini convulsi, beati nel loro essere portati via, ebbri del loro destino! Essi si muovevano come fossero costellazioni, seguivano ognuno la propria strada con slancio predeterminato, con impeto intatto o con assillo infinito, anche se il cammino portava all'abisso e alla rovina.
Finalmente il lettore, come uno che si sveglia dopo un baccanale, rientro in sé e quando, dopo aver riflettuto sul passato, ritornò ai suoi Greci e Latini, scoprì che questi avevano un altro sapere, erano un po' insipidi, un po' vecchi, un po' estranei. Allora tentò con alcuni libri di famosi scrittori contemporanei, ma non gli piacquero; sembrava che tutto girasse intorno a delle inezie senza importanza e tutto sembrava essere serio solo a metà.
La sete di nuove seduzioni e scostimenti non lo abbandono più. Chi cerca, trova. E così la prima cosa che trovò fu un libro di un norvegese, un certo Hamsun.
Un libro straordinario e uno scrittore straordinario. Quest'uomo sembrava aver vagabondato tutta la vita, va a dire che aveva ancora, solitario e frenetico, senza uno scopo, senza una fede, mezzo viziato e mezzo inselvatichito, all'aterna ricerca di un sentimento vero che, qua e là e solo per brevi attimi, credeva di trovare nella consonanza del suo animo con il mondo circostante. Tale scrittore non creava un mondo di uomini come Shakespeare, parlava per lo più di se stesso, eppure molti brani gli procurarono un'intensa commozione e un dolore amaro. Talvolta dovette mettersi a ridere tutt'a un tratto, in maniera finora sconosciuta: che bambino era questo scrittore, che ragazzo caparbio! Ma era stupendo, e chi lo leggeva sentiva cadere briciole di stelle e udiva il tuono di incendi lontani.
Poi l'uomo dei libri trovò un grosso volume che si intitolava Anna Karenina, e poi le poesie di Richard Dehmel. E un po' più tardi trovò i libri di Dostoevskij. Da quando aveva cominciato con Shakespeare, era come se la letteratura lo rincorresse, come se qui e là, non appena cominciava a sentire un vuoto, gli andasse incontro come per magia proprio ciò che in quel momento poteva parlargli, che poteva rapirlo. Pianse e passò notti insonne sopra questi libri russi, gettò lontano Orazio e diede via molti dei vuoi vecchi libri. Gliene capitò uno tra le mani, in latino, che prima non aveva tenuto in gran conto. Adesso lo mise da parte e presto lo lesse, erano le confessioni di Agostino, per poi ritornare a Dostoevskij. Un giorno, verso sera, quando si era stancato a furia di leggere gli facevano male gli occhi (non era più tanto giovane), si mise a riflettere.
Sopra un'enorme libreria, in lettere dorate, era incisa quella massima greca che significa "Conosci te stesso!".

Dentro di lui iniziò un intenso lavorìo: perchè egli non si conosceva, da lungo tempo non sapeva più nulla di sé. Ora ripercorse ogni traccia ancora presente nella sua memoria, ricercò con fervore i tempi in cui un verso di Orazio lo aveva affascinato, un'ode di Pindaro lo aveva reso felice. Allora, grazie agli antichi, era sorta in lui la cognizione di qualcosa che si chiama umanità: attraverso i poeti era stato eroe, sovrano, saggio, aveva fatto leggi e leggi aveva osservato e lui, l'Uomo, era uscito con meravigliosa dignità fuori dal caos della natura inanimata, verso la chiara luce.
Adesso tutto ciò era distrutto, svanito per sempre.
Non aveva solo letto, e con piacere, storie d'amore e di briganti, no, egli aveva amato, ucciso, pianto, peccato, riso, era caduto negli abissi del delitto, della miseria, degli istinti e dei piaceri folli e volubili, tramante di delizia e paura aveva sguazzato nell'orribile e nel proibito!
Le sue riflessioni non diedero molti frutti. Con smania febbrile, si riattaccò di nuovo a libri strani. Respirò avidamente l'aria viziata delle storie eccitanti di Oscar Wilde, si perse nella morbosità malinconica e scettica di Faubert, lesse poesie e drammi di poeti giovani e giovanissimi, che sembrano essere nemici mortali di tutto ciò che è ordinato, greco e classico, che predicano la ribellione e l'anarchia, che glorificano l'orrido e se la ridono del terribile. E trovò: anch'essi avevano in qualche modo ragione, anche questo faceva parte dell'uomo, anche questo doveva essere. Era una menzogna sottrarsi al caos sanguinoso della vita.
Seguirono un grande rilassamento e un'enorme stanchezza. Non c'erano più libri che gli venissero incontro, dai quali lo chiamassero cose nuove e possenti.
Era malato, si sentiva vecchio e truffato. Un sogno lo illumino. Sognò: stava costruendo un enorme muro con tantissimi libri. Cresceva alto, vedeva solo quello, il suo compito era di accatastare qui tutti i libri del mondo in una grande costruzione. Improvvisamente una parte della costruzione cominciò a oscillare, i libri scivolavano giù, cadevano con fracasso nel vuoto, una strana luce irrompeva attraverso i buchi spalancati, e al di là del muri di libri vide qualcosa di spaventoso; nella luce e nel fumo vide un caos immenso, un intrico di figure e immagini, persone e paesaggi, uomini che morivano e donne che partorivano, bambini e animali, serpenti e soldati, città in fiamme e navi naufragate, grida e urla selvagge di gioia risuonavano confuse, sangue scorreva, fiumi di vino, fiaccole dalla luce accecante e sfacciata - ed li si svegliò e balzò su, il cuore oppresso da un peso tormentoso; e quando, sconvolto, si ritrovò in piedi alla luce della luna nella sua camera silenziosa, quando riconobbe gli alberi dietro la finestra e il libro del comodino, allora seppe e comprese tutto in un baleno!
Era stato ingannato, era stato defraudato di tutto! Aveva letto, voltato le pagine, divorato carta; ah, e là dietro, dietro l'infame muro di libri c'era stata la vita, cuori erano bruciati, passioni si erano scatenate, sangue e vino erano corsi, erano accaduti l'amore e il delitto. Ed egli non aveva percepito niente di tutto ciò, nulla era stato suo, non aveva avuto nulla tra le mani, nient'altro che sottile piatta ombra e carta! Non ritorno subito a letto. Correva attraverso la città, dopo essersi vestito in fretta e furia, attraverso cento strade illuminate dai lampioni, guardava dentro mille finestre nere e cieche, origliava a cento porte chiuse.

Arrivò il mattino, le strade si svegliavano, come un ubriaco superstite errava nella livide luce del mattino, vicino al crollo. Incontro una ragazza pallida, debole, e dall'aspetto malaticcio, egli le cadde ai piedi, lei lo prese con sé. Sedeva nella sua cameretta, su un letto misero e disfatto, al di sopra del quale era appeso un ventaglio giapponese pieno di polvere e ragnatele. Egli sedeva e la guardava giocare con i soldi che le aveva dato, e di nuovo le prese la mano e disse: "non lasciarmi solo! Aiutami! Io sono vecchio, non ho nessuno al di fuori di te; resta con me! Forse mi aspettano solo malattia e morte, ma almeno questo voglio provare, voglio almeno soffrire e morir da me, con il mio sangue e il mio cuore. Come sei bella! Ti fa male se ti abbraccio? No? Oh, tu sei buona. Pensa, sono stato sepolto per tutta la mia vita, sepolto sotto una montagna di carta! Sai cosa si prova? No? Tanto meglio! Oh, vivremo ancora, noi vogliamo vivere. Si è già alzato il sole? Vedrò il sole per la prima volta".
La ragazza sorrideva, accarezzava le sue mani irrequiete e stava ad ascoltare. Non lo capiva, e nella grigia luce mattutina appariva malandata e infelice. Anche lei aveva camminato tutta la notte per le strade della città. Sorrise e disse: "Si, si, ti aiuterò. Stai tranquillo, ti aiuterò".

Hermann Hesse

venerdì 18 aprile 2014

La solitudine dell'America Latina di Marquez

Il discorso integrale di Gabriel Garcia Marquez chiamato "La solitudine dell'America Latina" pronunciato l'8 dicembre 1982 durante la cerimonia di consegna dei premi Nobel a Stoccolma.



Antonio Pigafetta, un navigatore fiorentino che accompagnò Magellano nel primo viaggio attorno al mondo, durante il suo passaggio attraverso la nostra America meridionale scrisse un resoconto rigoroso che tuttavia sembra un’avventura dell’immaginazione. Raccontò di avere visto maiali con l’ombelico sulla schiena e uccelli privi di zampe, le cui femmine covavano le uova sul dorso del maschio, e altri come pellicani senza lingua, i cui becchi sembravano cucchiai. Raccontò di avere visto un mostruoso animale con testa e orecchie di mulo, corpo di cammello, zampe di cervo e nitrito di cavallo. Raccontò che il primo nativo incontrato in Patagonia fu messo davanti a uno specchio, e che quel gigante esagitato perse l’uso della ragione per paura della propria immagine. Questo libro breve e affascinante, nel quale già si intravedono i germi dei nostri attuali romanzi, non è affatto la testimonianza più stupefacente sulla nostra realtà di quei tempi. I cronisti delle Indie ce ne lasciarono innumerevoli altre. L’Eldorado, il nostro illusorio paese tanto conteso, figurò in numerose mappe per lunghi anni, cambiando luogo e forma secondo la fantasia dei cartografi

Cercando la fonte dell’eterna giovinezza il mitico Álvar Núñez Cabeza de Vaca esplorò per otto anni il Nord del Messico, con una spedizione stravagante i cui membri si divorarono gli uni con gli altri e dalla quale ritornarono solo cinque dei seicento uomini che la componevano. Uno dei tanti misteri che non furono mai decifrati è quello delle undicimila mule, ognuna carica di cinquanta chili d’oro, che un giorno partirono da El Cuzco per andare a pagare il riscatto di Atahualpa e non arrivarono mai a destinazione. Più tardi, nel periodo coloniale, venivano vendute a Cartagena delle Indie galline allevate in terre alluvionali nelle cui interiora si trovavano pietruzze d’oro. Questo delirio aureo dei nostri fondatori ci ha perseguitato fino a poco tempo fa. Ancora nel secolo scorso, la missione tedesca incaricata di studiare la costruzione di una ferrovia interoceanica sull’istmo di Panama giunse alla conclusione che il progetto era realizzabile a condizione che i binari non fossero fatti di ferro, un metallo che scarseggiava nella regione ma d’oro.

L’indipendenza dalla dominazione spagnola non ci salvò dalla follia. Il generale Antonio López de Santa Anna, che fu tre volte dittatore del Messico, fece seppellire con magnifici funerali la gamba destra che aveva perso nella cosiddetta guerra dei Pasticcini. Il generale Gabriel García Moreno governò l’Ecuador per sedici anni come un monarca assoluto e il suo cadavere fu vegliato, in uniforme di gala e con la corazza delle decorazioni, seduto sulla poltrona presidenziale. Il generale Maximiliano Hernández Martínez, il despota teosofo del Salvador che fece sterminare in una barbara mattanza trentamila contadini, aveva inventato un pendolo per verificare se i cibi fossero avvelenati e fece ricoprire di carta rossa l’illuminazione pubblica per combattere un’epidemia di scarlattina. Il monumento al generale Francisco Morazán, eretto sulla plaza Mayor di Tegucigalpa, è in realtà una statua del maresciallo Ney comprata in un magazzino di sculture usate.

Undici anni fa, uno degli insigni poeti del nostro tempo, il cileno Pablo Neruda, illuminò con le sue parole questa sala. Da allora, nelle buone coscienze d’Europa, e a volte anche nelle cattive, hanno fatto irruzione con impeto sempre maggiore le spettrali notizie dell’America Latina, questa immensa patria di uomini visionari e di donne memorabili, la cui infinita ostinazione si confonde con la leggenda. Non abbiamo avuto un attimo di tregua. Un presidente prometeico trincerato nel suo palazzo in fiamme è morto combattendo da solo contro un intero esercito, e due disastri aerei sospetti e mai chiariti hanno tolto la vita a un altro presidente dal cuore generoso e a un militare democratico che aveva ristabilito la dignità del suo popolo.

Ci sono state cinque guerre e diciassette colpi di Stato, ed è venuto alla ribalta un dittatore luciferino che in nome di Dio ha compiuto il primo etnocidio dei nostri tempi nell’America Latina. Nel frattempo, sono morti prima di compiere un anno venti milioni di bambini latinoamericani, che sono più di quanti ne siano nati in Europa dal 1970. I desaparecidos a causa della repressione sono quasi centoventimila, che è come se oggi non si sapesse dove siano finiti tutti gli abitanti della città di Uppsala. Numerose donne, arrestate quando erano incinte, hanno partorito nelle prigioni argentine, ma si ignora ancora l’identità e il luogo di residenza de loro figli, che le autorità militari hanno dato in adozione clandestina o hanno internato negli orfanotrofi. Per essersi opposti a questo stato di cose, sono morti circa duecentomila uomini e donne in tutto il continente, mentre più di centomila sono stati ammazzati in tre piccoli e volenterosi paesi dell’America centrale: Nicaragua, El Salvador e Guatemala. Se ciò fosse avvenuto negli Stati Uniti, la cifra proporzionale sarebbe di un milione e seicentomila morti violente in quattro anni. Dal Cile, paese tradizionalmente ospitale, sono fuggite un milione di persone: il dieci per cento della sua popolazione. L’Uruguay, una minuscola nazione di due milioni e mezzo di abitanti che veniva considerato il paese più civilizzato del continente, ha perso nell’esilio un cittadino su cinque. La guerra civile nel Salvador ha prodotto, dal 1979, quasi un rifugiato ogni venti minuti. Il paese che si sarebbe potuto creare con tutti gli esuli e gli emigranti forzati dell’America Latina avrebbe una popolazione più numerosa di quella della Norvegia.

Oso pensare che sia stata questa realtà fuori dal comune, e non soltanto la sua espressione letteraria, a meritare quest’anno l’attenzione dell’Accademia svedese delle Lettere. Una realtà che non è quella di carta, ma vive con noi e determina ogni istante delle nostre innumerevoli morti quotidiane, alimentando una sorgente creativa insaziabile, piena di sventura e di bellezza. Della quale questo colombiano errante e nostalgico non è nulla di più che un numero maggiormente segnalato dalla sorte. Poeti e mendicanti, guerrieri e malandrini, tutte noi creature di quella realtà eccessiva abbiamo dovuto chiedere molto poco all’immaginazione, perché la sfida maggiore per noi è stata l’insufficienza delle risorse convenzionali per rendere credibile la nostra vita. È questo, amici, il nodo della nostra solitudine.

E se queste difficoltà confondono noi, che ne condividiamo l’essenza, non è difficile capire perché i talenti razionali di questa parte del mondo, estasiati nella contemplazione della propria cultura, si siano ritrovati senza un metodo valido per interpretarci. È comprensibile che insistano nel valutarci con lo stesso metro col quale valutano se stessi, senza ricordare che le ingiurie della vita non sono uguali per tutti, e che la ricerca dell’identità è difficile e sanguinosa per noi quanto lo è stata per loro. L’interpretazione della nostra realtà con schemi che non ci appartengono contribuisce soltanto a renderci sempre più sconosciuti, sempre meno liberi, sempre più solitari. Forse la venerabile Europa sarebbe più comprensiva se tentasse di vederci nel suo stesso passato. Se ricordasse che a Londra occorsero trecento anni per costruire le prime mura e altri trecento per avere un vescovo; che Roma si dibatté nelle tenebre dell’incertezza per venti secoli prima che un re etrusco la innestasse nella storia; e che ancora nel XVI secolo i pacifici svizzeri di oggi, che ci allietano con i loro formaggi mansueti e i loro orologi impavidi, insanguinavano l’Europa come soldati di fortuna. Ancora all’apogeo del Rinascimento, dodicimila lanzichenecchi al soldo degli eserciti imperiali saccheggiarono e devastarono Roma, passando a fil di spada ottomila dei suoi abitanti.

Non pretendo di incarnare le illusioni di Tonio Kröger, i cui sogni di unità fra un Nord casto e un Sud appassionato Thomas Mann esaltava cinquantatré anni fa in questa sala, ma credo che gli europei dallo spirito illuminato – quelli che lottano anche qui per una grande patria più umana e più giusta – potrebbero aiutarci meglio se riconsiderassero a fondo il loro modo di vederci. La solidarietà con i nostri sogni non ci farà sentire meno soli finché non si concretizzerà in atti di sostegno legittimo ai popoli che coltivano l’illusione di avere una vita propria nella ripartizione del mondo.

L’America Latina non vuole essere una pedina senza libero arbitrio, e non c’è ragione perché lo sia. E non ha nulla di chimerico il fatto che i suoi propositi d’indipendenza e originalità diventino un’aspirazione dell’Occidente. Ciò nonostante, i progressi della navigazione che hanno tanto ridotto le distanze fra le nostre Americhe e l’Europa sembrano invece averne aumentato la distanza culturale. Perché l’originalità che ci viene riconosciuta senza riserve nella letteratura ci viene negata con ogni tipo di sospetti nei nostri difficilissimi tentativi di cambiamento sociale? Perché pensare che la giustizia sociale che gli europei d’avanguardia tentano di imporre nei proprio paesi non possa essere anche un obiettivo latinoamericano con metodi diversi in condizioni differenti? No: la violenza e il dolore smisurati della nostra storia sono il risultato di ingiustizie scolari e amarezze inenarrabili, e non una congiura ordita a tremila leghe da casa nostra. Tuttavia, molti dirigenti e pensatori europei lo hanno creduto, con l’infantilismo dei nonni che hanno dimenticato le proficue follie della loro giovinezza, come se non fosse possibile altro destino se non quello di vivere alla mercé dei due grandi padroni del mondo. È questa, amici, la dimensione della nostra solitudine. E tuttavia, di fronte all’oppressione, al saccheggio e all’abbandono, la nostra risposta è la vita. Né i diluvi né le pestilenze, né le carestie né i cataclismi, e nemmeno le guerre eterne attraverso i secoli dei secoli sono riusciti a ridurre il tenace vantaggio della vita sulla morte.

Un vantaggio che aumenta e accelera: ogni anno ci sono settantaquattro milioni di nascite in più rispetto alle morti, una quantità di nuovi esseri viventi in grado di accrescere di sette volte ogni anno la popolazione di New York. La maggior parte di loro nasce nei paesi con meno risorse, compresi, naturalmente, quelli dell’America Latina. I paesi più prosperi, invece, sono riusciti ad accumulare abbastanza potere di distruzione da annientare cento volte non solo tutti gli esseri umani che esistono oggi, ma la totalità degli esseri viventi che sono passati per questo sfortunato pianeta.

In un giorno come quello di oggi il mio maestro William Faulkner disse in questa sala: «Mi rifiuto di ammettere la fine dell’uomo». Non mi sentirei degno di occupare questo posto che fu suo se non fossi pienamente consapevole che, per la prima volta dall’inizio dell’umanità, il colossale disastro che egli si rifiutava di ammettere trentadue anni fa è ora soltanto una semplice possibilità scientifica. Di fronte a questa sconvolgente realtà che nel corso di tutto il tempo umano è dovuta sembrare un’utopia, noi inventori di racconti, che crediamo a tutto, ci sentiamo in diritto di credere che non sia troppo tardi per iniziare a creare l’utopia contraria. Una nuova e impetuosa utopia della vita, in cui nessuno possa decidere per gli altri perfino sul modo di morire, dove sia davvero reale l’amore e sia possibile la felicità, e dove le stirpi condannate a cent’anni di solitudine abbiano, finalmente e per sempre, una seconda opportunità sulla Terra.

Fonte: Ciudadseva

giovedì 20 marzo 2014

Il comunismo è il giusto mezzo di Brecht

Fare appello alla sovversione dell’ordine esistentesembra cosa tremenda.
Ma quello che esiste non è un ordine.
Cercare rifugio nella violenza
sembra cosa malvagia.
Ma poiché quello che di norma si esercita è violenza
non è niente di strano.

Il comunismo non è la prospettiva estrema,
l’ordine realizzabile solo in piccola parte,
ma prima che non sia realizzato globalmente
non esiste condizione
che sia tollerabile anche per un insensibile.

Il comunismo è veramente l’esigenza minima,
la soluzione più che ovvia, equilibrata, ragionevole.
Chi si schiera contro non è uno che la pensa diversamente.
Ma uno che non pensa o uno che pensa solo a se stesso,
un nemico del genere umano
tremendo,
malvagio,
insensibile,
che intensamente vuole l’estremo,
il quale se realizzato solo in minima parte,
sarebbe la rovina dell’intera umanità.

mercoledì 5 febbraio 2014

Giacomo di Cristallo di G. Rodari

Vorrei che tutti leggessero, non per diventare letterati o poeti, ma perché nessuno sia più schiavo. (G. Rodari)

Giacomo di Cristallo
Una volta, in una città lontana, venne al mondo un bambino trasparente. Attraverso le sue membra si poteva vedere come attraverso l’aria e l’acqua. Era di carne e d’ossa e pareva di vetro, e se cadeva non andava in pezzi, ma al più si faceva sulla fronte un bernoccolo trasparente.
Si vedeva il suo cuore battere, si vedevano i suoi pensieri guizzare come pesci colorati nella loro vasca.
Una volta, per sbaglio, il bambino disse una bugia, e subito la gente poté vedere come una palla di fuoco dietro la sua fronte: ridisse la verità e la palla di fuoco si dissolse. Per tutto il resto della sua vita non disse più bugie.
Un’altra volta un amico gli confidò un segreto, e subito tutti videro come una palla nera che rotolava senza pace nel suo petto, e il segreto non fu più tale.
Il bambino crebbe, diventò un giovanotto, poi un uomo, e ognuno poteva leggere nei suoi pensieri e indovinare le sue risposte, quando gli facevano una domanda, prima che aprisse bocca.
Egli si chiamava Giacomo, ma la gente lo chiamava “Giacomo di cristallo”, e gli voleva bene per la sua lealtà, e vicino a lui tutti diventavano gentili.

Purtroppo, in quel paese, salì al governo un feroce dittatore, e cominciò un periodo di prepotenze, di ingiustizie e di miseria per il popolo. Chi osava protestare spariva senza lasciar traccia. Chi si ribellava era fucilato. I poveri erano perseguitati, umiliati e offesi in cento modi.
La gente taceva e subiva, per timore delle conseguenze.
Ma Giacomo non poteva tacere. Anche se non apriva bocca, i suoi pensieri parlavano per lui: egli era trasparente e tutti leggevano dietro la sua fronte pensieri di sdegno e di condanna per le ingiustizie e le violenze del tiranno. Di nascosto, poi, la gente si ripeteva i pensieri di Giacomo e prendeva speranza.
Il tiranno fece arrestare Giacomo di cristallo e ordinò di gettarlo nella più buia prigione.


Ma allora successe una cosa straordinaria. I muri della cella in cui Giacomo era stato rinchiuso diventarono trasparenti, e dopo di loro anche i muri del carcere, e infine anche le mura esterne. La gente che passava accanto alla prigione vedeva Giacomo seduto sul suo sgabello, come se anche la prigione fosse di cristallo, e continuava a leggere i suoi pensieri.
Di notte la prigione spandeva intorno una grande luce e il tiranno nel suo palazzo faceva tirare tutte le tende per non vederla, ma non riusciva ugualmente a dormire.

Giacomo di cristallo, anche in catene, era più forte di lui, perché la verità è più forte di qualsiasi cosa, più luminosa del giorno, più terribile di un uragano.
(Gianni Rodari, Favole al telefono)

martedì 1 ottobre 2013

Autunno

“Dopo il primo caldo meno intenso dell’estate finita, nella casualità delle sere, il cielo vasto ha
impreciso sopraggiunto negli ultimi atti dell’azione. Ah, sono sere di una indifferenza così triste che l’autunno, prima di cominciare nelle cose, inizia dentro di noi.
assunto delle tonalità di colore più tenue, ritocchi di una fredda brezza che annunciavano l’autunno. Non era ancora l’ingiallirsi del fogliame, o la caduta delle foglie, né quella vaga angoscia che accompagna la nostra sensazione di morte esteriore, perché sarà anche la nostra. Era come una fatica dello sforzo esistente, un sonno.


Ogni autunno che arriva è più vicino all’ultimo autunno che avremo, e lo stesso accade con l’estate o con la canicola; ma l’autunno ricorda, per quello che è, la fine di tutto, mentre durante il calore estivo, è facile vedere che lo dimentichiamo. Non è ancora autunno, nell’aria non c’è ancora il giallo delle foglie cadute o la tristezza umida del tempo che più tardi si farà inverno. Ma c’è una traccia di tristezza anticipata, un dolore indossato per il viaggio, nel sentimento in cui siamo vagamente attenti ai diffusi colori delle cose, al tono diverso del vento, alla quiete più grande che, quando scende la notte, si diffonde nella presenza inevitabile dell’universo.


Sì, passeremo tutti, passeremo tutto. Non resterà nulla di chi ha usato i sentimenti e i guanti, di chi ha parlato della morte e della politica locale. Come la stessa luce illumina le gote dei santi e le ghette dei passanti, così la stessa mancanza di luce lascerà al buio il nulla che resterà degli uni che sono stati santi e degli altri che usavano le ghette. Nel mulinello vasto, come quello delle foglie secche, in cui il mondo intero giace indolentemente, i regni sono la stessa cosa dei vestiti delle sarte, e le trecce dei bambini biondi vanno nello stesso girone mortale degli scettri che hanno rappresentato gli imperi. Tutto è nulla, e nell’atrio dell’Invisibile, la cui porta aperta mostra soltanto, davanti ad essa, una porta chiusa, danzano, serve di questo vento che le fa muovere senza usare le mani, tutte le cose, grandi e piccole, che per noi e in noi hanno costituito il sistema percepito dell’universo.


Tutto è ombra e polvere agitata, la sola voce esistente è quella del rumore delle cose sollevate e trasportate dal vento, l’unico silenzio è quello lasciato dalla cose portate via dal vento. Gli uni, le foglie leggere, meno aderenti al suolo perché più leggere, nel vortice dell’Atrio salgono in alto e cadono più distanti dal cerchio delle cose pesanti. Gli altri, quasi invisibili, identica polvere, diversa solo se la vedessimo da vicino, formano uno strato di se stessi nel mulinello. Altri ancora, miniature di tronchi, vengono trascinati intorno ad esso e si posano qua e là.


Un giorno, alla fine della conoscenza delle cose, la porta in fondo si aprirà e tutto quello che siamo stati – immondizia residuale di stelle e di anime – verrà spazzato fuori di casa, per fare in modo che quello che esiste ricominci.

Il cuore mi duole come un corpo estraneo. Il mio cervello dorme tutto quello che sento. Sì, è l’inizio dell’autunno che porta nell’aria e nella mia anima quella luce senza sorriso che orla di giallo spento la rotondità confusa delle scarse nuvole di ponente. Sì, è l’inizio dell’autunno e, nell’ora limpida, della coscienza chiara dell’anonima insufficienza di tutto. L’autunno, sì, l’autunno, quello che esiste o che esisterà, e la fatica anticipata di ogni gesto, la disillusione anticipata di ogni sogno. Cosa posso sperare io? E sperare di fare cosa? Ormai, per quello che penso di me, vado fra le foglie e la polvere dell’atrio, nell’orbita insensata del nulla, producendo un rumore di vita sul lastricato pulito che, non so dove, un sole obliquo indora di fine.

Tutto quello che ho pensato, tutto quello che ho sognato, tutto ciò che ho fatto o non ho fatto – tutto se ne andrà in autunno, come i fiammiferi usati che ricoprono il pavimento in ogni direzione, o i fogli accartocciati a forma di finta palla, o i grandi imperi, tutte le religioni, le filosofie con cui, mentre le facevano, hanno giocato i bambini addormentati dell’abisso. Tutto quello che è stato la mia anima, da tutto ciò a cui ho aspirato,
fino alla semplice casa in cui abito, dagli dèi che ho avuto, fino al principale Vasques che anche io ho avuto, tutto se ne va in autunno, tutto in autunno, nella tenerezza indifferente dell’autunno. Tutto in autunno, sì, tutto in autunno…”

Fernando Pessoa, Il Libro dell’inquietudine, nota 200


lunedì 13 maggio 2013

E' proibito

È proibito piangere senza imparare,
svegliarti la mattina senza sapere che fare
avere paura dei tuoi ricordi.
È proibito non sorridere ai problemi,
non lottare per quello in cui credi
e desistere, per paura.
Non cercare di trasformare i tuoi sogni in realtà.
È proibito non mostrare il tuo amore;
fare pagare agli altri i tuoi malumori.
È proibito abbandonare i tuoi amici,
non cercare di comprendere coloro che ti stanno accanto
e chiamarli solo quando ne hai bisogno.
È proibito non essere te stesso davanti alla gente,
fingere davanti alle persone che non ti interessano,
essere gentile solo con chi si ricorda di te,
dimenticare tutti coloro che ti amano.
È proibito non fare le cose per te stesso,
avere paura della vita e dei suoi compromessi,
non vivere ogni giorno come se fosse il tuo ultimo respiro.
È proibito sentire la mancanza di qualcuno senza gioire,
dimenticare i suoi occhi e le sue risate
solo perchè le vostre strade hanno smesso di abbracciarsi.
Dimenticare il passato e farlo scontare al presente.
È proibito non cercare di comprendere le persone,
pensare che le loro vite valgono meno della tua,
non credere che ciascuno tiene il proprio cammino
nelle sue mani.
È proibito non creare la tua storia,
non avere neanche un momento
per la gente che ha bisogno di te,
non comprendere che ciò che la vita ti dona,
allo stesso modo te lo può togliere.
È proibito non cercare la tua felicità,
non vivere la tua vita pensando positivo,
non pensare che possiamo solo migliorare,
non sentire che, senza di te,
questo mondo non sarebbe lo stesso.

Alfredo Cuervo Barrero

sabato 23 febbraio 2013

L’analfabeta politico

Il peggior analfabeta è l’analfabeta politico
Egli non sente, non parla, né s’interessa
degli avvenimenti politici.
Egli non sa che il costo della vita,
il prezzo dei fagioli
del pesce, della farina, dell’affitto
delle scarpe e delle medicine
dipendono dalle decisioni politiche.
L’analfabeta politico è così somaro
che si vanta e si gonfia il petto
dicendo che odia la politica.
Non sa l’imbecille che
dalla sua ignoranza politica nasce la prostituta,
il bambino abbandonato, l’assaltante
e il peggiore di tutti i banditi
che è il politico imbroglione,
il mafioso, il corrotto,
il lacchè delle imprese nazionali e multinazionali.

Bertoldt Brecht

venerdì 4 gennaio 2013

La rana e lo scorpione

Un giorno uno scorpione si ritrovò sperduto in un luogo a lui insolito, lontano dalla sua casa, dal suo deserto. Individuata la strada del ritorno, si trovò di fronte ad uno stagno che gli bloccava la strada. Avendo paura di affogare nella traversata, si fermò sulla riva finché non vide una piccola rana. 

"Amica rana - chiese lo scorpione - ti prego di aiutarmi, sto cercando di tornare a casa: non potresti portarmi sulle tue spalle fino all'altra parte dello stagno?" 
"Scorpione - rispose la rana - per tua natura, quando sei spaventato, reagisci colpendo col pungiglione; cosa mi dice che tu non lo faccia anche con me perché spaventato dall'acqua, quindi uccidendomi?"
 Lo scorpione rispose: "Rana, come fai a pensarlo? Se io facessi una cosa del genere tu affonderesti ed io affogherei con te..." 

Confortata dalla risposta, la rana prese sulla sua schiena lo scorpione e cominciò la traversata. Ciononostante, al primo schizzo d'acqua lo scorpione, spaventato, colpì la rana col pungiglione. Morendo, la rana disse: "Perché, perché lo hai fatto scorpione? Così morirai anche tu." 
Lo scorpione, prima di affogare, le rispose: "Non ci ho potuto fare niente: è nella mia natura"





giovedì 11 ottobre 2012

Il grande dittatore - Discorso all'umanità

Mi dispiace. Ma io non voglio fare l'imperatore. No, non è il mio mestiere. Non voglio governare, né conquistare nessuno; vorrei aiutare tutti se è possibile: ebrei, ariani, uomini neri e bianchi. Tutti noi, esseri umani, dovremmo aiutarci sempre; dovremmo godere soltanto della felicità del prossimo. Non odiarci e disprezzarci l'un l'altro. In questo mondo c'è posto per tutti: la natura è ricca, è sufficiente per tutti noi; la vita può essere felice e magnifica. Ma noi lo abbiamo dimenticato.

L'avidità ha avvelenato i nostri cuori, ha precipitato il mondo nell'odio, ci ha condotto a passo d'oca a far le cose più abiette.
Abbiamo i mezzi per spaziare, ma ci siamo chiusi in noi stessi; la macchina dell'abbondanza ci ha dato povertà; la scienza ci ha trasformato in cinici; l'abilità ci ha resi duri e cattivi.
Pensiamo troppo e sentiamo poco.
Più che macchinari, ci serve umanità.
Più che abilità, ci serve bontà e gentilezza.

Senza queste qualità, la vita è violenza, e tutto è perduto. L'aviazione e la radio hanno riavvicinato le genti. La natura stessa di queste invenzioni reclama la bontà dell'uomo, reclama la fratellanza universale, l'unione dell'umanità. Perfino ora la mia voce raggiunge milioni di persone nel mondo, milioni di uomini, donne , bambini disperati.

Vittime di un sistema che impone agli uomini di torturare e imprigionare gente innocente.
A coloro che mi odono, io dico: non disperate, l'avidità che ci comanda è solamente un male passeggero. L'amarezza di uomini che temono le vie del progresso umano, l'odio degli uomini scompare insieme ai dittatori. E il potere che hanno tolto al popolo, ritornerà al popolo.
E qualsiasi mezzo usino, la libertà non può essere soppressa.

Soldati! Non cedete a dei bruti! Uomini che vi sfruttano! Che vi dicono come vivere! Cosa fare! Cosa dire! Cosa pensare! Che vi irreggimentano! Vi condizionano! Vi trattano come bestie! Non vi consegnate a questa gente senza un'anima!
Uomini macchina, con macchine al posto del cervello e del cuore.

Voi non siete macchine, voi non siete bestie, siete uomini!
Voi avete l'amore dell'umanità nel cuore. Voi non odiate coloro che odiano solo quelli che non hanno l'amore altrui.
Soldati! Non difendete la schiavitù! Ma la libertà!

Ricordate,
Promettendovi queste cose dei bruti sono andati al potere: mentivano, non hanno mantenuto quelle promesse e mai lo faranno. I dittatori forse son liberi perché rendono schiavo il popolo. Allora combattiamo per mantenere quelle promesse! Combattiamo per liberare il mondo, eliminando confini e barriere! Eliminando l'avidità, l'odio e l'intolleranza! Combattiamo per un mondo ragionevole; un mondo in cui la scienza e il progresso, diano a tutti gli uomini il benessere. Soldati! Nel nome della democrazia siate tutti uniti!


mercoledì 23 maggio 2012

La solitudine non è mai con voi

Com’io volevo esser solo
Io volevo esser solo in un modo affatto insolito, nuovo. Tutt'al contrario di quel che pensate voi: cioè senza me e appunto con un estraneo attorno.

Vi sembra già questo un primo segno di pazzia?
Forse perché non riflettete bene.
Poteva già essere in me la pazzia, non nego, ma vi prego di credere che l'unico modo d'esser soli veramente è questo che vi dico io.
La solitudine non è mai con voi; è sempre senza di voi, è soltanto possibile con un estraneo attorno: luogo o persona che sia, che del tutto vi ignorino, che del tutto voi ignoriate, cosí che la vostra volontà e il vostro sentimento restino sospesi e smarriti in un'incertezza angosciosa e, cessando ogni affermazione di voi, cessi l'intimità stessa della vostra coscienza. La vera solitudine è in un luogo che vive per sé e che per voi non ha traccia né voce, e dove dunque l'estraneo siete voi.
Cosí volevo io esser solo. Senza me. Voglio dire senza quel me ch’io già conoscevo, o che credevo di conoscere. Solo con un certo estraneo, che già sentivo oscuramente di non poter piú levarmi di torno e ch'ero io stesso: estraneo inseparabile da me.
Ne avvertivo uno solo, allora! E già quest'uno, o il bisogno che sentivo di restar solo con esso, di mettermelo davanti per conoscerlo bene e conversare un po' con lui, mi turbava tanto, con un senso tra di ribrezzo e di sgomento.
Se per gli altri non ero quel che ora avevo creduto d'essere per me, chi ero io?
Vivendo, non avevo mai pensato alla forma del mio naso; al taglio, se piccolo o grande, o al colore dei miei occhi; all'angustia o all'ampiezza della mia fronte, e via dicendo. Quello era il mio naso, quelli i miei occhi, quella la mia fronte: cose inseparabili da me, a cui, dedito ai miei affari, preso dalle mie idee, abbandonato ai miei sentimenti, non potevo pensare.

Ma ora pensavo:
"E gli altri? Gli altri non sono mica dentro di me. Per gli altri che guardano da fuori, le mie idee, i miei sentimenti hanno un naso. Il mio naso. E hanno un pajo d'occhi, i miei occhi, ch’io non vedo e ch’essi vedono. Che relazione c'è tra le mie idee e il mio naso? Per me, nessuna. Io non penso col naso, né bado al mio naso, pensando. Ma gli altri? gli altri che non possono vedere dentro di me le mie idee e vedono da fuori il mio naso? Per gli altri le mie idee e il mio naso hanno tanta relazione, che se quelle, poniamo, fossero molto serie e questo per la sua forma molto buffo, si metterebbero a ridere."
Cosí, seguitando, sprofondai in quest'altra ambascia: che non potevo, vivendo, rappresentarmi a me stesso negli atti della mia vita; vedermi come gli altri mi vedevano; pormi davanti il mio corpo e vederlo vivere come quello d'un altro. Quando mi ponevo davanti a uno specchio, avveniva come un arresto in me; ogni spontaneità era finita, ogni mio gesto appariva a me stesso fittizio o rifatto.
Io non potevo vedermi vivere.

Potei averne la prova nell'impressione dalla quale fui per cosí dire assaltato, allorché, alcuni giorni dopo, camminando e parlando col mio amico Stefano Firbo, mi accadde di sorprendermi all'improvviso in uno specchio per via, di cui non m'ero prima accorto. Non poté durare piú d'un attimo quell'impressione, ché subito seguí quel tale arresto e finí la spontaneità e cominciò lo studio. Non riconobbi in prima me stesso. Ebbi l'impressione d'un estraneo che passasse per via conversando. Mi fermai. Dovevo esser molto pallido. Firbo mi domandò:
«Che hai?»
«Niente,» dissi. E tra me, invaso da uno strano sgomento ch'era insieme ribrezzo, pensavo:
"Era proprio la mia quell'immagine intravista in un lampo? Sono proprio cosí, io, di fuori, quando – vivendo - non mi penso? Dunque per gli altri sono quell'estraneo sorpreso nello specchio: quello, e non già io quale mi conosco: quell'uno lí che io stesso in prima, scorgendolo, non ho riconosciuto. Sono quell'estraneo che non posso veder vivere se non cosí, in un attimo impensato. Un estraneo che possono vedere e conoscere solamente gli altri, e io no."
E mi fissai d'allora in poi in questo proposito disperato: d'andare inseguendo quell'estraneo ch’era in me e che mi sfuggiva; che non potevo fermare davanti a uno specchio perché subito diventava me quale io mi conoscevo; quell'uno che viveva per gli altri e che io non potevo conoscere; che gli altri vedevano vivere e io no. Lo volevo vedere e conoscere anch’io cosí come gli altri lo vedevano e conoscevano.
Ripeto, credevo ancora che fosse uno solo questo estraneo: uno solo per tutti, come uno solo credevo d'esser io per me. Ma presto l'atroce mio dramma si complicò: con la scoperta dei centomila Moscarda ch'io ero non solo per gli altri ma anche per me, tutti con questo solo nome di Moscarda, brutto fino alla crudeltà, tutti dentro questo mio povero corpo ch’era uno anch'esso, uno e nessuno ahimè, se me lo mettevo davanti allo specchio e me lo guardavo fisso e immobile negli occhi, abolendo in esso ogni sentimento e ogni volontà.
Quando cosí il mio dramma si complicò, cominciarono le mie incredibili pazzie.

Luigi Pirandello

martedì 13 marzo 2012

Spegnete la Tv. Tutto questo non lo accetterò più

Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!
Non serve dirvi che le cose vanno male, tutti quanti sanno che vanno male. Abbiamo una crisi. Molti non hanno un lavoro, e chi ce l'ha vive con la paura di perderlo. Il potere d'acquisto del dollaro è zero. Le banche stanno fallendo, i negozianti hanno il fucile nascosto sotto il banco, i teppisti scorrazzano per le strade e non c'è nessuno che sappia cosa fare e non se ne vede la fine. Sappiamo che l'aria ormai è irrespirabile e che il nostro cibo è immangiabile. Stiamo seduti a guardare la TV mentre il nostro telecronista locale ci dice che oggi ci sono stati 15 omicidi e 63 reati di violenza come se tutto questo fosse normale, sappiamo che le cose vanno male, più che male. È la follia, è come se tutto dovunque fosse impazzito così che noi non usciamo più. Ce ne stiamo in casa e lentamente il mondo in cui viviamo diventa più piccolo e diciamo soltanto: "Almeno lasciateci tranquilli nei nostri salotti per piacere! Lasciatemi il mio tostapane, la mia TV, la mia vecchia bicicletta e io non dirò niente ma... ma lasciatemi tranquillo!" Beh, io non vi lascerò tranquilli. Io voglio che voi vi incazziate. Non voglio che protestiate, non voglio che vi ribelliate, non voglio che scriviate al vostro senatore, perché non saprei cosa dirvi di scrivere: io non so cosa fare per combattere la crisi e l'inflazione e i russi e la violenza per le strade. Io so soltanto che prima dovete incazzarvi. Dovete dire: "Sono un essere umano, porca puttana! La mia vita ha un valore!" Quindi io voglio che ora voi vi alziate. Voglio che tutti voi vi alziate dalle vostre sedie. Voglio che vi alziate proprio adesso, che andiate alla finestra e l'apriate e vi affacciate tutti ed urliate: "Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!". Voglio che vi alziate in questo istante. Alzatevi, andate alla finestra, apritela, mettete fuori la testa e urlate: "Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!" Le cose devono cambiare, ma prima vi dovete incazzare. Dovete dire: "Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!" Allora penseremo a cosa fare per combattere la crisi, l'inflazione e la crisi energetica, ma Cristo alzatevi dalle vostre sedie, andate alla finestra, mettete fuori la testa e ditelo, gridatelo: "Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!"


Spegnete i vostri televisori, spegneteli ora
Perché voi, il pubblico, ed altri 62 milioni di americani, ascoltate me in questo istante! Perché meno del 3% di voialtri legge libri, capito? Perché meno del 15% di voi legge giornali o riviste! Perché l'unica verità che conoscete è quella che ricevete alla TV! Attualmente, c'è da noi un'intera generazione che non ha mai saputo niente che non fosse trasmesso alla TV. La TV è la loro Bibbia, la suprema rivelazione. La TV può creare o distruggere presidenti, papi, primi ministri. La TV è la più spaventosa, maledettissima forza di questo mondo senza Dio, e poveri noi, se cadesse nelle mani degli uomini sbagliati e quindi poveri noi che Edward George Ruddy è morto. Perché questa Società è ora nella mani della CCA, la Communications Corporation of America; c'è un nuovo presidente in carica, chiamato Frank Hackett, al 20° piano nell'ufficio del signor Ruddy e quando una fra le più grandi corporazioni del mondo controlla la più efficiente macchina per una propaganda fasulla e vuota, in questo mondo senza Dio, io non so quali altre cazzate verranno spacciate per verità, qui. Quindi ascoltatemi. Ascoltatemi! La televisione non è la verità! La televisione è un maledetto parco di divertimenti, la televisione è un circo, un carnevale, una troupe viaggiante di acrobati, cantastorie, ballerini, cantanti, giocolieri, fenomeni da baraccone, domatori di leoni e giocatori di calcio! Ammazzare la noia è il nostro solo mestiere. Quindi se volete la verità andate da Dio, andate dal vostro guru, andate dentro voi stessi, amici, perché quello è l'unico posto dove troverete mai la verità vera. Sapete, da noi non potrete ottenere mai la verità: vi diremo tutto quello che volete sentire mentendo senza vergogna, noi vi diremo che, che Nero Wolfe trova sempre l'assassino e che nessuno muore di cancro in casa del dottor Kildare e che per quanto si trovi nei guai il nostro eroe, non temete, guardate l'orologio, alla fine dell'ora l'eroe vince, vi diremo qualsiasi cazzata vogliate sentire. Noi commerciamo illusioni, niente di tutto questo è vero, ma voi tutti ve ne state seduti là, giorno dopo giorno, notte dopo notte, di ogni età, razza, fede... conoscete soltanto noi! Già cominciate a credere alle illusioni che fabbrichiamo qui, cominciate a credere che la TV è la realtà e che le vostre vite sono irreali. Voi fate tutto quello che la TV vi dice: vi vestite come in TV, mangiate come in TV, tirate su bambini come in TV, persino pensate come in TV. Questa è pazzia di massa, siete tutti matti! In nome di Dio, siete voialtri la realtà: noi siamo le illusioni! Quindi spegnete i vostri televisori, spegneteli ora, spegneteli immediatamente, spegneteli e lasciateli spenti, spegnete i televisori proprio a metà della frase che vi sto dicendo adesso, spegneteli subito!!!


Tratto da "Quinto potere" film del 1976 diretto da Sidney Lumet.